Incredibile ma vero, alla soglia del 2018 c’è chi è ancora convinto di poter essere liberamente se stesso al lavoro, anche quando vuol dire essere scorbutico, maldisposto , scortese, algido, indisponente.

Dev’essere una cosa molto diffusa o molto concentrata nella mia zona di residenza, perché posso raccontarvi più episodi solo nell’ultima settimana: in farmacia, in cartolibreria, due volte in due giorni diversi nello stesso negozio di elettronica (con commessi diversi!) e anche al distretto sanitario stamattina.

Gente con i musi lunghi, la luna storta,  con le parole che escono a stento e malvolentieri e malamente.

Al distretto oggi c’eravamo solo io e una coppia di signori. Loro stavano parlando con una operatrice e l’altro sportello era libero. Faccio per avvicinarmi e l’operatrice libera mi fulmina e mi dice “Prenda il biglietto!”.  Replico con garbo che non vedo nell’elenco il motivo della mia richiesta. Risponde tra il secco e l’annoiato: “Ne prenda uno qualsiasi”.

Sorvolo sull’utilità statistica di questo suggerimento e mi avvicino per chiedere l’informazione che mi serve. Lei mi guarda palesemente infastidita e mi redarguisce “Ma ha letto il cartello sulla porta?”, sottintendendo che sono poco sveglia.

Per educazione non le rispondo “Certo che no, deficiente, mi hai vista che sono arrivata e entrata direttamente perché non c’era anima viva nel corridoio!” e mi limito a fare due passi indietro per leggere il famigerato cartello che mi indica che l’ufficio competente ha orari precisi, che non includono il sabato.

A quel punto, con uno sforzo erculeo, tira fuori un bigliettino con i numeri del servizio che mi serve e me lo porge con un laconico “Tenga”.

Prendo, ringrazio e esco da quel luogo triste con qualche interrogativo che mi frulla per la testa, tipo:

  • Quanta gente c’è che non ama il proprio lavoro?
  • Quanti sono quelli già morti (emotivamente e cognitivamente) che si trascinano stancamente alla morte (quella vera), senza nemmeno chiedersi che cosa potrebbero fare di diverso e meglio per essere più felici, o semplicemente più vivi?
  • Quanto poco investono le aziende nella formazione, ignorando del tutto i benefici che questa apporta in termini di benessere personale e organizzativo, aumento delle performance e pertanto della redditività?

Chiudo, perché altrimenti divento antipatica pure io, con questa frase di  Wystan Hugh Auden, poeta britannico: “Non avete bisogno di vedere ciò che uno fa per capire se è la sua vocazione, dovete solo guardare i suoi occhi: un cuoco che prepara una salsa, un chirurgo che pratica un’importante incisione, un impiegato che compila la lista delle merci scaricate al porto hanno tutti la stessa espressione rapita, dimenticando se stessi in un compito. Quanto è bello questo sguardo perso nell’oggetto!”.