Viviamo in un momento storico in cui il paradosso sembra essere diventato una logica ordinaria: lavoriamo tanto per produrre denaro che non abbiamo tempo di spendere, abbiamo più amici sui social network che in carne ed ossa, ci indigniamo per questioni marginali e non facciamo una piega davanti a soprusi e ingiustizie vere e profonde, rimproveriamo le nostre figlie e figli perché fanno un uso smodato del cellulare e noi siamo i primi ad effettuare in media 150 accessi al giorno.

Tutto è diventato paradossale e la disponibilità non fa eccezione.

Ti sei mai chiest* perché più sei disponibile nei confronti delle persone intorno a te e più queste pretendono o danno tutto per scontato o ne approfittano o mostrano scarso interesse nei tuoi confronti?

“A muretto basso ognun s’appoggia” recita un proverbio fiorentino. Più dai la tua disponibilità, più ti occupi di sbrigare le faccende altrui, più ti sostituisci agli altri, più essi si abituano e finiscono per non notarlo nemmeno. Vale in famiglia, quanto con gli amici o al lavoro.
Non solo, ma l’illusione che “più sono disponibile, più sono interessante o benvolut* o cercat*” va proprio nella direzione opposta a uno dei principi cardine dell’influenza sociale teorizzati da Robert Cialdini, quello di scarsità: la gente desidera di più ciò che difficilmente può avere.
Ti risuona? Lo riconosci nella tua esperienza?
Io ho due figlie adolescenti e lo vivo quotidianamente. Ho dovuto attendere diciotto anni e mezzo e un viaggio studio di tre settimane della mia primogenita in Irlanda, per sentirmi dire che si è accorta della differenza.
Consolazioni magre, direte voi. Magrissime, dato che l’errore è stato mio che ho dato troppo, generando assuefazione e non pensando al bene di mia figlia, che deve acquisire la sua autonomia, senza che la mamma sia sempre preoccupata per lei.

Essere molto disponibili e farsi continuamente carico dei problemi degli altri può creare una sorta di circolo vizioso.
“Più risolvi i problemi degli altri, più te ne porteranno”, ci ammonisce Jo Owen parlando della delega. Ricordo un altro testo molto carino sull’argomento, che ho letto qualche anno fa, Insegna a delegare di Kenneth Blanchard, in cui l’autore usava la metafora della scimmia per illustrare i compiti degli altri che diventano nostri, per eccesso di disponibilità e incapacità di dire di no.
In pratica, ogniqualvolta siamo disponibili a farci carico di un problema altrui è come se permettessimo alla scimmia (il problema non nostro) di salire sulla nostra spalla. Di disponibilità in disponibilità, di problema in problema, di scimmia in scimmia, finiamo per essere sovraccarichi e sommersi di primati abbarbicati sulle nostre spalle.
E poiché “le scimmie che si agitano per attirare la nostra attenzione sono sempre troppe rispetto al tempo che abbiamo per gestirle”, diventa vitale dosare la propria disponibilità e imparare a gestire con dovizia questo impulso incontrollato di generosità.

Evita, se puoi, di diventare una stampella
Un aspetto insidioso dell’eccesso di disponibilità è quello che in psicoterapia strategica viene definito “l’aiuto che danneggia”. Più sei attent*, presente, disponibile ad aiutare l’altro, più ti sostituisci a lui/lei e più confermi a questa persona che senza di te non è in grado di fare nulla. Che è incapace. Inadeguata.
“Se tu ti comporti da stampella, l’altro si sente malato” – ci ricorda Bernardo Paoli nel suo splendido libro La sottile arte di incasinarsi la vita – “perché se usa una stampella significa che da solo non ce la fa e se la usa per anni, finisce con il considerarsi inguaribile”.
Si innesca una pericolosa e deleteria circolarità per cui, più tu ti comporti da stampella, più l’altro mostrerà le proprie incapacità. E se ne convincerà.
Per poter dimostrare le proprie capacità e abilità di far fronte alla vita, le persone hanno bisogno infatti di misurarsi direttamente con essa, anche a costo di qualche caduta e qualche graffio. Non possiamo evitarlo, altrimenti l’eccesso di disponibilità si trasforma presto in eccesso di sostituzione e di protezione, ingenerando nell’altr* un profondo senso di inadaguatezza e sfiducia in se stess*, inducendo una disabilità che in realtà non esiste. Come quelle madri che, per eccesso di amore, fanno i compiti con (= al posto di) i figli e le figlie.

E se, invece, la tua fosse prostituzione relazionale?
Comprendo che il concetto è forte e arriva come un pugno dritto sul naso, ma questa suggestione viene ancora una volta dalla psicoterapia e forse merita di essere considerata.
Giorgio Nardone ci insegna a riconoscere la prostituzione relazione, descrivendola così: “Quando una persona, per ottenere consenso, è eccessivamente disponibile, eccessivamente attenta a quello che fanno gli altri, a quello che pensano, al loro giudizio, finisce col perdere di vista se stessa, perché dà continuamente importanza a ciò che gli viene rimandato come feedback”. Questo atteggiamento è molto insidioso, perché “può frequentemente diventare una vera e propria forma di patologia, dal momento che distorce le relazioni. La tragedia di queste persone è che spesso sono più sole di tutte le altre, perché esistono per quello che fanno non per quello che sono”.
La presa di coscienza di questo stato di cose può essere molto dolorosa.

La buona notizia è che c’è sempre una via d’uscita
Se c’è un problema, c’è una soluzione. E la consapevolezza di essere entrati in un loop di questo tipo è condizione necessaria, seppur non ancora sufficiente, per uscirne.
Anche se in questo momento puoi sentirti turbat* da ciò che hai appena letto, perché magari ti riconosci nella descrizione, pensa che ci sono almeno tre buoni motivi per dosare la tua disponibilità:

– evitare il delirio di onnipotenza e il conseguente sovraccarico

– permettere agli altri di imparare a cavarsela da soli, responsabilizzarsi e crescere

– liberare tempo prezioso per te.

Bernardo Paoli, nel libro già citato, suggerisce alcune strategie che, nella sua esperienza, sono risultate utili per gestire l’esubero di disponibilità. Innanzitutto occorre imparare l’arte della moderazione, ovvero a fare solo ciò che è stato concordato o negoziato nella relazione, evitando di fare più del richiesto; poi allenare l’autolimitazione, ovvero attenersi a fare solo l’indispensabile, evitando di sovraccaricarsi; infine esercitare la virtù del distacco, abbandonando gli altri a se stessi ed evitando di sostituirsi a loro.

Per una buona, c’è sempre anche una cattiva notizia.
Qualunque stratagemma o strategia o soluzione ti venga proposta funziona solo, ma davvero solo, se la applichi con frequenza, costanza, determinazione e volitività.
Troppo spesso le persone per pigrizia o autoindulgenza o paura di tollerare quel dolore che a dosi minime si chiama fatica, non ci provano nemmeno. O ci provano poco, di tanto in tanto, in modo sporadico e dispersivo e pertanto inefficace.

Inefficace come dare agli altri più del necessario.