Un antico adagio cinese, spesso attribuito a Confucio, recita: “Dai il pesce ad un uomo e lo nutrirai per un giorno, insegnagli a pescare e lo nutrirai per tutta la vita”.
Vale per molte cose, io oggi voglio applicare questa regola alla formazione.
Saturi di corsi che propongono “il metodo vincente” (l’unico, ovviamente!), “le 5 regole del successo garantito”, “il decalogo della perfetta segretaria/assistente/infermiera”, “venditore dell’anno in 3 mosse” e altre amenità simili, vediamo come funziona: se date alle persone modelli da applicare pedissequamente, decaloghi da mettere in atto in anestesia di pensiero, regole rigide da seguire in modo acritico otterrete soldatini, non di certo collaboratori e dipendenti pensanti, autonomi e capaci di trovare soluzioni ai problemi.
È evidente che i soldatini sono più gestibili sul breve periodo, ma sono bombe a orologeria, perché – dato un tempo X – o esplodono o implodono.
Le persone per dare il meglio di sé devono essere messe nelle condizioni di capire cosa stanno facendo e per quale scopo, devono avere una visione chiara e condivisa (almeno prevalentemente*) degli obiettivi dell’organizzazione, devono poter avere spazi di dialogo e confronto con i loro capi e essere formate, non addestrate come cagnolini da riporto.
La formazione, per essere davvero efficace in termini di facilitazione del cambiamento, deve insegnare pescare. Deve fornire alle persone conoscenze e competenze, certo, ma soprattutto strumenti, strategie e abilità cognitive, emozionali e relazionali.
Deve incidere positivamente su tre aree: il sapere, il saper fare, il saper essere (dimensione fondante, quest’ultima, e troppo spesso sottovalutata).

La formazione, per essere davvero efficace, deve creare nel soggetto un certo disorientamento, una messa in discussione, un lieve turbamento dovuto al fatto di toccare con mano i propri limiti e dalla presa di coscienza dello sforzo necessario per superarli. E quindi cambiare.

Il processo è di certo più lungo e dispendioso, ma è quello che in strategica si definisce un “partire dopo per arrivare prima”, ovvero un investimento importante che al momento opportuno darà i suoi frutti. E se l’investimento è vero, concreto, serio e costante, i frutti saranno abbondanti, oltre che buoni.
* Permettetemi una precisazione sull’uso del termine “prevalentemente”. C’è un falso mito da sfatare nelle organizzazioni, ovvero che i dipendenti debbano sposare totalmente la visione dell’imprenditore.
Questo se avviene è una fortuna, ma più spesso è un’illusione.

Se i dipendenti comprendono il senso di ciò che fanno, la direzione verso cui l’impresa sta andando e l’importanza e il valore del progetto di cui sono parte è già buona cosa. Molto buona.
Se poi non condividono del tutto obiettivi e strategie, ma in virtù dell’importanza e del valore di cui sopra, svolgono con serietà e impegno e onestà il loro lavoro, avete fatto bingo!
Del resto questo è ciò che si chiede loro, di partecipare al conseguimento di obiettivi che altri – gli imprenditori – hanno definito, assumendosi anche – questi ultimi – il rischio d’impresa.