Hai registrato il suo numero di telefono da giorni, forse settimane, per non dire mesi.
Te lo sei salvato subito quando la tua amica te l’ha inviato perché stavi così male, eri così in crisi che ti eri ripromesso di chiamare il giorno stesso, al più tardi l’indomani.
Sapevi di doverlo fare, di doverlo a te stesso, e ne avevi anche voglia. Eri molto incuriosito dalla descrizione di lei che ti ha fatto la tua amica: una donna in gamba, molto preparata, capace di ascoltare e di dire la cosa giusta al momento giusto. Eri incuriosito, affascinato, oltre che bisognoso di incontrarla.
Poi però l’emergenza è rientrata, la paura è diminuita, l’ansia tornata sotto la soglia di allerta.
Succede sempre così. Ogni volta.
Quando il problema si fa pressante ti riempi di paure, di angosce, di urgenza risolutoria. Gridi aiuto, cerchi conforto, vuoi soluzioni e le chiedi a persone che non sono in grado di dartele.
Poi, di ora in ora, fisiologicamente, le emozioni si placano quel tanto che basta per tornare a una parvenza di normalità e allora rimandi. Rimandi. Rimandi. Di nuovo. Alla prossima emergenza. Alla prossima crisi.

La separazione –  in fondo – può attendere; cambiare lavoro – in fondo – è troppo rischioso;  andare in palestra – in fondo – è troppo costoso, di certo faticoso;  pianificare – in fondo – fa perdere tempo; diventare un buon team leader – in fondo – è impossibile. O ci nasci o c’è niente da fare.
L’alibi è sempre in agguato.

Che cosa rende così difficile chiedere un aiuto esperto per intraprendere un percorso di coaching o di psicoterapia (a seconda delle esigenze e del tipo di problema)?
È dovuto all’imbarazzo di mettersi a nudo davanti a una/o sconosciuta/o? Alla paura di dover spendere un sacco di soldi, senza la certezza di raggiungere un risultato? Al timore di essere giudicati o di dover soffrire ancora, di più, troppo o, paradossalmente, di essere felici?

Magari è solo una di queste ragioni. Magari lo sono tutte.
Certo è che incontro spesso persone che dichiarano di non stare bene, di essere insoddisfatte o preoccupate o disturbate da qualcosa, di aver bisogno di aiuto perché sentono di non possedere gli strumenti o di non conoscere le strategie necessarie ma … si limitano a dire. Mancano del coraggio necessario per fare: una telefonata, un primo incontro, un passo oltre le proprie paure.
Eppure si sa, dire di voler fare una cosa non significa farla, così come affermare “Ho deciso” non vuol dire veramente aver preso una decisione ma averla solo pensata.
Ciò che rende concrete le nostre decisioni, ciò che rende reali i nostri pensieri è trasformarli in azioni.

Come si fa a dare sostanza, a materializzare, quell’intimo bisogno o impulso, talvolta perfino poco consapevole, di cambiare se stessi o la propria vita o una parte di essa trasformandolo in decisioni, obiettivi, strategie, risultati concreti e duraturi nel tempo?
L’azione è l’antidoto alla disperazione, diceva Joan Baez.
E per agire serve una motivazione forte, chiara. Serve un obiettivo. Una meta da raggiungere.
Non scomoderò Seneca e il porto, perché l’hanno già fatto in troppi, ma questa è una semplice e vera e amara verità: senza avere chiaro il proprio obiettivo di cambiamento non ci sarà mai il giusto gradiente di motivazione che ci spinge a fare il primo passo, a chiedere un aiuto esperto e competente, a uscire dalla zona di comfort (spesso illusoria) per entrare in una zona di autentico agio.

Tu lo sai che cosa vuoi?