La scene finali dell’ultima puntata della serie televisiva, diretta da Francesca Archibugi, “Romanzo famigliare” sono accompagnate dalla voce fuori campo che ha raccontato, per tutto il ciclo di episodi, alcuni pezzi di storia e di storie tenendo unita la narrazione di tre generazioni a confronto. La voce è quella dell’attore Marco Messeri che, con una splendida cadenza toscana, veste i panni del fedele e infaticabile maggiordomo Vanni. L’idea è che lui abbia scritto davvero un romanzo sulla vita di questa famiglia e che legge a tratti nel corso delle puntate.

Ma ciò che mi ha colpito non è tanto l’artificio scenico dello scrittore-attore quanto la lucida, pungente e amara battuta con cui si chiude la scena e l’intera vicenda.

“Questa storia mi sarebbe piaciuto intitolarla Anamnesi famigliare perché la famiglia è una malattia da curare con attenzione. Ma l’editore ha preferito il classico Romanzo famigliare…Va bene! Speriamo che venda!”

Premesso che l’impresa familiare è un istituto giuridico previsto e disciplinato dal Codice Civile, di seguito ci riferiremo a quelle realtà (pmi, aziende, studi professionali) che non rientrano in questa normativa in quanto sono formate da persone che non hanno vincoli di parentela ma che si comportano o pensano sia opportuno comportarsi come se li avessero.

L’obiettivo è infatti quello di dimostrare non solo che quella di considerarsi una azienda-famiglia (quando non lo si è) è una strategia disfunzionale ma che se perpetrata nel tempo può portare anche ad un esito fallimentare dal punto di vista relazionale e non solo. L’impresa familiare in quanto tale ha le sue logiche (giuridiche, fiscali, relazionali, organizzative) che la rendono una situazione complessa cui vanno applicate, appunto, strategie ad hoc. Nel caso invece dell’impresa che si comporta “come se” fosse famigliare, ma di fatto non è: il rischio è quello accollarsi “i costi” di questa, senza averne in cambio “i benefici”.

Ma vediamo di seguito quali sono alcuni dei motivi per cui è funzionale mantenere distinte la famiglia dall’azienda.

    1) Non tutti abbiamo lo stesso concetto di famiglia.

Normalmente chi evoca l’immagine del “gruppo di lavoro/famiglia” ha una certa idea di quest’ultima e dà per scontato che per chi gli sta intorno funzioni allo stesso modo. Accade infatti che chi sostiene questa idea abbia avuto esperienze positive di famiglia (Mulino Bianco) ma può essere che per chi gli sta seduto di fronte al lavoro, o per chi sta per essere assunto non sia così. Mai come oggi il concetto di famiglia è messo regolarmente e fortemente in discussione: esistono famiglie monoparentali, famiglie allargate, famiglie affidatarie, ecc. per cui è difficile stabilire una definizione univoca. Parlare di famiglia dunque significa fare riferimento a delle interpretazioni soggettive che non sempre sono condivise e accolte allo stesso modo.

    2) L’azienda ha un obiettivo primario che è il profitto.

Un altro elemento di distinzione fondamentale, e a mio avviso anche funzionale, è che l’azienda per definizione è un insieme di risorse (capitali e persone) organizzato al fine di ottenere un utile.  Per dirlo in termini molto concreti, la famiglia non deve fatturare per realizzarsi in quanto famiglia, l’azienda sì. La famiglia può sopravvivere in quanto famiglia anche se nessuno produce reddito, certo ci saranno problemi di sopravvivenza ma non in relazione all’essere una famiglia. Una famiglia formata da persone che stanno vivendo una situazione negativa (disoccupazione, malattia, …) non cesserà mai di essere una famiglia, nonostante tutto: nonostante la mancanza di reddito. L’azienda invece deve generare utili per sopravvivere e andare avanti, deve coordinare al meglio le risorse, puntare a degli obiettivi di reddito e realizzarli, altrimenti cesserà di esistere.

    3) La chiarezza dei ruoli è una risorsa.

Far parte di un gruppo di lavoro che è anche una famiglia (con legami affettivi e di sangue) significa sommare dinamiche professionali e dinamiche relazionali (che ci appartengono per natura in quanto essere umani) a dinamiche famigliari ovvero significa aggiungere complessità alla complessità. Certo quando questo è inevitabile va fatto, prendendo in considerazione le giuste strategie e gli opportuni strumenti a disposizione. Ma quando si tratta invece di tenere insieme un gruppo formato da individui liberi da questi vincoli, questa libertà va messa a frutto mettendo a fuoco i veri obiettivi, curando le relazioni tra colleghi, ma individuando quella giusta distanza tra ruolo professionale e identità personale che permette all’azienda di focalizzarsi sugli scopi, con chiarezza e con disincanto (non certo cinismo) per favorire la sopravvivenza e possibilmente lo sviluppo dell’attività imprenditoriale. Se tutto ciò verrà vissuto e trasmesso con chiarezza ai membri del gruppo il clima né risulterà alleggerito e dinamico, libero il più possibile da fraintendimenti e ambiguità.

L’ambiguità infatti è la trappola in cui spesso si cade, anche involontariamente, quando manca chiarezza. Recitare slogan che fanno riferimento ad una immagine ideale soggettiva come quella di “famiglia”, in un contesto in cui non solo non esiste ma, come abbiamo visto, per molti aspetti non è nemmeno auspicabile, rischia di diventare disfunzionale e a lungo andare anche totalmente fallimentare.