Ci sono giorni in cui il bisogno di fare un cambiamento significativo, di dare una svolta alla propria vita, personale o professionale, diventa così forte e impellente e pressante che ti sembra di esplodere se non lo attui. Senti tutta la frenesia, l’entusiasmo, l’ineluttabilità, la paura che si trasformano in forza, in coraggio, in spregiudicatezza.
È il momento, lo percepisci chiaramente: ora o mai più!!
E infatti, spesso, diventa “mai più”.
Se non abbiamo l’ardore e quel pizzico di follia di cogliere l’attimo, passa.
Sembra impossibile ma… passa.
E si torna al via, come al gioco dell’oca.

Che cosa ci trattiene dal cambiare anche quando sappiamo, sentiamo, decidiamo che è tempo? Che cosa ci frena, ci paralizza, ci congela?

Secondo John Kotter, che il cambiamento lo ha analizzato per il dritto e il rovescio, è perché siamo incapaci di creare o mantenere un senso di urgenza sufficientemente elevato e sufficientemente diffuso che prepari realmente il terreno per un significativo cambio di direzione.
Ci basta che l’emergenza rientri o che un piccolo segnale positivo arrivi a rassicurarci e tutto torna a tacere.
Ci basta un niente per rimandare ancora.
Vale per molti di noi, per cambiamenti piccoli o grandi.
Abbiamo sempre tutti un repertorio gigantesco di scuse, alibi e autoinganni per dirci: “Non ora”.

Come si esce dallo stallo?
Ce lo insegna un saggio Maestro zen, mentre passeggia nella campagna con il suo discepolo.
(…) Un giorno, si trovarono davanti a una casa di legno abitata da una coppia con i suoi tre figli. Erano tutti malconci, con vestiti stracciati, logori e sporchi. I piedi scalzi e ruvidi, l’ambiente intorno terribilmente misero e fatiscente. Il Maestro chiese al capofamiglia come facessero a sopravvivere, dato che nei dintorni non esistevano né industrie né commercio, oltre a non vedersi ricchezza alcuna nei paraggi. Con calma e rassegnazione, il padre rispose: “Guardi, abbiamo una mucca che ci rende vari litri di latte al giorno. Ne vendiamo una parte e con il denaro compriamo altre cose, mentre l’altra parte la consumiamo noi. Così possiamo sopravvivere”.
Il Maestro ringraziò per l’informazione, salutò e se ne andò. Allontanatosi dalla casa, disse al suo discepolo: “Cerca la mucca, conducila sull’orlo del precipizio e spingila nel dirupo”.
Il giovane restò attonito, la mucca era l’unico mezzo di sostentamento per quell’umile famiglia. Come poteva fare un atto simile? Ma pensò che il suo Maestro avesse le sue ragioni per chiedergli ciò e, con grande sforzo, condusse la mucca verso il precipizio e la spinse giù.
Quella terribile scena rimase impressa nella sua mente per gli anni a venire, al punto che, un giorno, in preda a un costante rimorso per quello che aveva fatto, il discepolo decise di lasciare il Maestro per tornare in quel luogo e chiedere perdono alla famiglia a cui aveva provocato un così grande danno.
Mentre si avvicinava, notò che tutto era cambiato: al posto della baracca di legno che ricordava c’era una casa graziosa, con fiori e alberi tutt’intorno e tanti bambini che giocavano felici e un’automobile parcheggiata all’esterno.
Il giovane si sentì ancora più triste e disperato pensando che quell’umile famiglia avesse dovuto vendere tutto per non morire. Si avvicinò a grandi passi, con un senso di angoscia crescente nel cuore e chiese informazioni ai vicini sulla famiglia che viveva lì.
Con sua immensa sorpresa gli risposero che erano sempre lì, che non se n’erano andati.
Si diresse allora di corsa alla casa e realizzò che era davvero abitata dalla stessa famiglia di allora. Piacevolmente sconvolto,  chiese al capofamiglia che cosa fosse successo ed egli, con un grande sorriso, gli rispose:“Avevamo una mucca che ci dava latte a sufficienza per tirare a campare. Ma un giorno la mucca cadde in un precipizio e morì. È stato un vero trauma per noi. In quel momento abbiamo capito che avevamo solo due possibilità: lasciarci morire di stenti o reagire. Questa disgrazia ci ha obbligati a fare altre cose, a sviluppare capacità che mai avremmo immaginato di avere. E questo è il risultato”.

Come sempre possiamo scegliere. In primis, se agire o subire.
Se uccidere la mucca o aspettare che qualcuno lo faccia per noi.
C’è anche una terza via: cambiare prima di essere costretti a farlo.