La rivoluzione tecnologica sta producendo profonde modificazioni non solo nella specie umana ma anche nel regno animale.

I re della giungla, ad esempio, stanno anch’essi mutando in una nuova varietà: gli ormai noti “leoni da tastiera”. Li trovi numerosi sui social.  Hanno solitamente un approccio aggressivo e squalificante verso gli altri e colgono ogni pretesto per sparare a zero su qualsiasi pensiero si muova.

Non perdono un solo istante a chiedersi da dove arrivino in loro tanto livore, tanta rabbia e frustrazione: sia che non condivano il punto di vista dell’altro, sia che non lo capiscano, sparano a zero. Offendono, discreditano, sviliscono duramente e senza pietà.

La cosa incredibile è che nella maggior parte dei casi non sanno nemmeno chi sia la persona che attaccano. Non conoscono la sua storia, i suoi vissuti, eventuali drammi. Nulla.

Attaccano con veemenza e spesso deridono qualunque pensiero dissonante rispetto al proprio (quando c’è).  Di default.

Il fenomeno è noto e studiato.  Dilaga sui social in modo molto trasversale e in ciascuno di essi assume forme peculiari.  Un social che sembra essere immune (almeno per ora) è LinkedIn, forse perché considerato troppo serio e noioso dai più. Su Facebook invece spopola. Si manifesta più spesso nei gruppi chiusi, in cui si innescano le dinamiche tipiche di qualunque  gruppo reale: forte coesione interna, favoritismo per l’ingroup (“noi”, i membri interni) e svalutazione dell’outgroup (“loro”, le persone che non appartengono al gruppo). Riguarda qualunque tipologia o categoria di persone, anche quelli “insospettabili” di acculturati professionisti.

Assisto basita a confronti surreali, in cui in nome della democrazia o più spesso in barba ad essa, amministratori o moderatori di gruppi si permettono di redarguire o zittire o escludere i partecipanti che esprimono opinioni diverse. Cose folli. Veri e propri deliri di onnipotenza.

Che fare dunque in queste situazioni?

La strategia migliore è quella che suggeriva Dante, già nel 1300: “non ragioniam di loro, ma guarda e passa” o per dirla in chiave moderna “don’t  feed”, non nutrire la polemica. Occorre resistere alla tentazione di rispondere alle provocazioni (a volte è davvero difficile!) e evitare di cadere nel trappolone di un pseudo confronto che è una battaglia persa, per tutti, già in partenza. Perché si sa, la violenza genera altra violenza, in un circolo vizioso senza fine.

Occorre proteggersi. Per far questo può essere necessario uscire da certi gruppi,  eliminare alcuni contatti o almeno smettere di “seguirli” (è una funziona di Face book che si può attivare) o togliere le notifiche. È un atto dovuto e necessario per preservarci da risacche di odio e maldicenza che squalificano solo a leggerle, anche se mai quanto chi le scrive.

Mi permetto di aggiungere un’ultima strategia: riempite i social di contenuti di valore. Raccontate storie edificanti, suggerite libri o autori appassionanti,  condividete link e video che meritano il nostro sguardo e il nostro tempo.

Ad maiora!

*Matteo Grandi, Far web. Odio, Bufale, bullismo. Il lato oscuro dei social (ed. Rizzoli),