Cos’è l’alleanza terapeutica?

È quel patto di reciproca fiducia che si trova alla base della relazione tra medico e paziente. Si tratta del pilastro fondante in grado di determinare molto spesso, per non dire sempre, la buona riuscita di un intervento di cura.

Frequentemente quando si parla di questo tipo di dinamiche si insiste sulla necessità di sviluppare, da parte del medico, una serie di competenze, indicate come soft skills, che facilitino il contatto tra i due agenti coinvolti (medico e paziente) partendo dal presupposto che debba essere il medico a lavorare su di sé, accogliere, ascoltare, comprendere il paziente mettendolo nella condizione di partecipare al meglio alla buona riuscita del percorso di cura. La collaborazione e lo scambio sono finalizzati infatti al raggiungimento dell’obiettivo condiviso: la guarigione.

È importante però guardare anche al rovescio della medaglia, che viene spesso trascurato, ovvero alla figura del paziente che, seppur trovandosi per definizione in una condizione di fragilità e di sofferenza, può a sua volta dare un notevole contributo allo sviluppo di un’autentica ed efficace alleanza terapeutica.

Edmund Pellegrino, bioeticista, studioso del rapporto tra medicina, etica e scienze umane propone una accurata descrizione di quelle che egli chiama le “quattro virtù del buon paziente”, che è tale se:

  • è scrupoloso nel comunicare la verità sulla sua salute (ad esempio portando con sé la documentazione clinica, sottoponendo al medico un problema per volta, evitando di formulare richieste a raffica e scrivendosi una lista di domande per non dimenticare qualcosa di importante)
  • è rigoroso nel seguire i passaggi stabiliti nel percorso di cura (es. dicendo la verità sull’assunzione dei farmaci o sull’esecuzione di esercizi/terapie specifiche)
  • evita ogni forma di strumentalizzazione degli altri pazienti o del personale (non critica alle spalle il medico ma dialoga con lui apertamente, sa aspettare il proprio turno sapendo che il medico ha responsabilità di molti malati e può avere urgenze imprevedibili)
  • si fida del medico, certo che quest’ultimo operi in vista del bene del paziente (non si sostituisce al medico, presentandosi con plichi di materiali divulgativi scaricati dalla rete o riportando pareri “per sentito dire” pretendendo di porsi sullo stesso piano clinico)

Ognuna delle virtù sopra elencate, che Pellegrino chiama rispettivamente truthfulness, probity-compliance, justice and tollerance e trust, meriterebbe un approfondimento adeguato ma ciò che vorrei sottolineare in queste poche righe è che per sviluppare una funzionale ed efficace relazione di cura è necessario che anche il paziente e, non solo il medico dunque, si assuma un impegno e una responsabilità, che definirei, relazionale.

Ora, chi può favorire questo passaggio? La palla torna al medico.

Per agevolare il paziente nell’esercizio delle virtù di cui abbiamo parlato è necessario che il medico alleni costantemente le proprie abilità comunicative e di negoziazione, grazie alle quali può incoraggiare l’apertura e la narrazione del paziente. Il cerchio si chiude dunque intorno alla centralità del dialogo e al ruolo fondamentale che svolge la comunicazione all’interno della relazione terapeutica, tenendo presente però che si tratta di un rapporto che si basa principalmente sul riconoscimento reciproco di “diritti e doveri” differenti ma sempre strettamente connessi.